[Raminghi del Nord] Incontro n. 7: postmortem
Mae govannen, mellon nin! Bentrovato, amico mio!
🗓 Lo scorso 25 marzo 2021, si è tenuto il settimo incontro dei Raminghi del Nord, dalle 21:00 alle 23:00 circa, nella nostra stanza per videoconferenze su Jitsi Meet, nel quale abbiamo celebrato il nostro primo Tolkien Reading Day.
🤝 Oltre a me, hanno partecipato Alsu, Antonio, Fabio, Lorenzo, Luca e Marialuisa, che ringrazio di cuore. Se non hai potuto esserci, non ti preoccupare: speriamo di averti con noi nel prossimo incontro!
📚 Ecco gli argomenti di cui abbiamo parlato:
Luca e la sua esperienza con The History of Middle-earth, tra lettura e traduzione amatoriale;
Leggere Tolkien in inglese. La facilità e la difficoltà nel comprendere la sua lingua, e il suo uso sapiente delle parole e della loro musicalità;
Antonio si presenta. La lettura dei libri dopo l’uscita del film de La Compagnia dell’Anello, nel 2001. La lettura in passato de Lo Hobbit senza sapere che le opere fossero collegate;
La caduta di Artù di Tolkien. Il primo capitolo: la condizione del regno, Artù rimasto solo, i suoi cavalieri. Un parallelismo stilistico con Il Silmarillion per gli elenchi dei cavalieri;
La musica del legendarium: Blind Guardian, Giuseppe Festa, Lingalad, Ainur;
La fine della stirpe reale di Arnor, di Gondor e la caduta di Angmar. La hybris di Eärnur, che lo porterà alla rovina;
«Sempre, sempre le strade vanno avanti […]» Le strade di Tolkien e dei suoi lettori. Quanto è difficile, per alcuni, il ritorno a casa nel secondo anno di Covid-19?
L’incipit memorabile de Lo Hobbit. La dimensione fiabesca, le coordinate geografiche e culturali del popolo degli Hobbit, e del personaggio di Bilbo;
Albero e Foglia di Tolkien e il suo saggio Sulle fiabe. Un libro – ahimè, fuori stampa! – da recuperare;
I personaggi di Tolkien. L’abilità del professore nel presentare in maniera evocativa e in poco spazio personaggi memorabili, e la tendenza di altri autori contemporanei a sprecare pagine e pagine sui personaggi;
Nomi rivelatori: l’importanza dei nomi (parlanti) nei personaggi di Tolkien. Il nome come fonte di potere nelle opere di Christopher Paolini e ne La saga di Terramare di Ursula K. Le Guin;
Il ruolo di Sauron nell’Akallabêth. Il parallelismo con Lucifero, l’“angelo più bello” che, a causa dei suoi atti, diventa la creatura più ripugnante. L’archetipo dell’ingannatore (trickster) e l’accostamento alla figura mitologica norrena di Loki;
Fëanor e l’amore fatale per i Silmaril, simile alla presa dell’Anello sul cuore di Gollum. Un confronto tra i loro rimuginii;
Il giuramento di Fingolfin a Fëanor, il giuramento di Fëanor e la sventura dei Noldor, autoinflitta;
L’ultima battaglia de Le cronache di Narnia di C.S. Lewis. La descrizione dell’ultimo demonio Tash non è diretta, ma filtra dalle espressioni di coloro che lo vedono;
I finali di Tolkien nei tre grandi cicli della Prima Era. Il finale di Beren e Lúthien come unico finale parzialmente positivo;
Il ritorno del “grande gioco” dei parallelismi tra Tolkien e la letteratura nordica;
Il documentario J.R.R. Tolkien – Creatore di mondi di Simon Backès, andato in onda su Sky nel 2015.
📖 Ecco cosa abbiamo letto:
Allora Fëanor in silenzio gli serrò la mano; e Fingolfin soggiunse: “Fratello a mezzo nel sangue, fratello intero nel cuore voglio esserti. Tu guida e io ti seguirò. Che nessun’afflizione ci divida”.
“Ti ho udito” replicò Fëanor. “E così sia.” Ma essi ignoravano il significato che le loro parole avrebbero avuto.
Si narra che, mentre Fëanor e Fingolfin erano di fronte a Manwë, si verificò la mescolanza delle luci, poiché entrambi gli Alberi splendettero e la silente città di Valmar fu ricolma di una radianza d’argento e oro. E proprio in quell’ora, Melkor e Ungoliant venivano di fretta sopra i campi di Valinor, così come l’ombra di una negra nube portata dal vento scivola sulla terra soleggiata; e giunsero davanti al verde colle Ezellohar. Poi il Buio di Ungoliant salì fino alle radici degli Alberi, e Melkor balzò sul colle; e con la sua nera spada percosse fino al midollo ambo gli Alberi, li ferì a fondo, e la linfa ne sgorgò quasi fosse sangue, e si sparse sul terreno. Ma Ungoliant la succiò e, andando poi di Albero in Albero, accostò il suo nero becco alle loro ferite, fino a essiccarli affatto; e il veleno di Morte che era dentro di lei penetrò nei loro tessuti e li imbozzacchì, radici, rami e foglie; ed essi morirono. Ma la sete di Ungoliant non era ancora saziata, ed essa andò ai Pozzi di Varda e li prosciugò; e mentre beveva, eruttava neri vapori, gonfiandosi fino ad assumere forma così vasta e orrenda, che Melkor ne fu spaventato.
Così, la grande tenebra piombò su Valinor. Dei fatti di quel giorno molto si narra nell’Aldudénië, composto da Elemmírë dei Vanyar e noto a tutti gli Eldar. Ma nessun canto né narrazione potrebbe capire in sé tutto il dolore e il terrore che ne discesero. La Luce mancò; ma la Tenebra che le fece seguito fu ben più che la sua perdita. In quell’ora si formò infatti una Tenebra che sembrava, non già mancanza, bensì una cosa dotata di vita propria, prodotta in verità com’era, malvagiamente, mediante la Luce, e aveva il potere di trafiggere l’occhio e di penetrare cuore e mente e di soffocare la volontà stessa.
Varda guardò giù da Taniquetil e scorse l’Ombra montare in abrupte torri di cupezza; Valmar era sommersa in un profondo mare notturno. Ben presto la Sacra Montagna si levò sola, ultima isola in un mondo annegato. Ogni canto cessò. Vi fu silenzio in Valinor, e nessun suono poteva udirsi, salvo che, da lungi sulle ali del vento, per il passo dei monti, giungeva il lamento dei Teleri simile allo stridio freddo di gabbiani. Perché da est in quell’ora alitò algore, e le vaste ombre del mare rotolarono contro le mura della riva.
Ma Manwë dal suo alto seggio guardò e i suoi occhi, unici, penetrarono attraverso la notte, finché scorsero una Tenebra più tenebrosa del tenebrore, impenetrabile anche al suo sguardo, enorme ma remota, che adesso muoveva verso nord a gran velocità; e seppe che Melkor era venuto e andato.
Allora la caccia si iniziò; e la terra tremò sotto gli zoccoli dei cavalli della schiera di Oromë e il fuoco che sprizzò da quelli di Nahar fu la prima luce che si rivide in Valinor. Ma, non appena venivano alle prese con la Nube di Ungoliant, i cavalieri dei Valar restavano accecati e sgomenti, e ne erano dispersi, né più sapevano dove si trovavano; e il suono del Valaróma si fece titubante e si spense. E Tulkas fu all’improvviso imprigionato in una nera rete notturna, e si trovò, impotente, a percuotere invano l’aria. Ma come la Tenebra fu passata, era ormai troppo tardi: Melkor se n’era andato chissà dove, e la sua vendetta era compiuta.
(Fabio, da “Capitolo 8”, in J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2018.)
Dopo qualche tempo, grande folla si raccolse attorno all’Anello del Destino; e i Valar sedevano al buio, poiché era notte. Ma le stelle di Varda adesso scintillavano sul loro capo, e l’aria era chiara ché i venti di Manwë avevano spazzato via i vapori di morte e ricacciato le ombre del mare. Allora Yavanna si alzò e andò a porsi sopra Ezellohar, il Colle Verde, che però adesso era nudo e nero; e pose le mani sugli Alberi, ma questi erano morti e scuri, e ogni ramo che Yavanna toccava si spezzava e cadeva privo di vita ai suoi piedi. Molte voci allora si levarono in un lamento; e parve, a coloro che piangevano, di aver bevuto sino alla feccia la coppa di dolore che Melkor aveva colmato per loro. Ma così non era.
Yavanna prese la parola al cospetto dei Valar dicendo: “La Luce degli Alberi se n’è andata, e vive ormai soltanto nei Silmaril di Fëanor. Preveggente, egli è stato! Persino per coloro i quali sono i più possenti sotto Ilúvatar, vi sono opere che possono compiere un’unica volta e non più. Ho posto in essere la Luce degli Alberi e in Eä non potrò mai più farlo. Pure, avessi io un pochino di quella luce, potrei ridare la vita agli Alberi prima che le loro radici si secchino; e la nostra ferita sarebbe medicata, la malvagità di Melkor vanificata”.
Allora parlò Manwë e disse: “Hai udito, Fëanor figlio di Finwë, le parole di Yavanna? Sei disposto a fare ciò che ha chiesto?”.
Seguì un lungo silenzio, ma Fëanor nulla disse. Poi Tulkas gridò: “Parla, Noldo, di’ sì o no! Ma chi opporrebbe un rifiuto a Yavanna? E forse che la luce dei Silmaril non è frutto della sua opera iniziale?”.
Ma Aulë l’Artefice disse: “Non aver fretta! Chiediamo cosa più grande di quanto tu non creda. Lascialo decidere in pace”.
Fëanor però aprì bocca, e lo fece gridando amareggiato: “Per il minore come per il maggiore, ci sono atti che può compiere una sola volta; e in quell’impresa il suo cuore avrà riposo. Io potrei spossessarmi dei miei gioielli, ma mai più li rifarei; e, se devo infrangerli, spezzerò il mio cuore e ne morrò, primo di tutti gli Eldar di Aman”.
“Non il primo” replicò Mandos, ma le sue parole non furono comprese; e di nuovo tornò il silenzio, mentre Fëanor rimuginava nel buio. Aveva l’impressione di essere assediato da una cerchia di nemici, gli tornarono alla mente le parole di Melkor che i Silmaril non erano al sicuro e che i Valar se ne sarebbero impadroniti. ‘E non è egli forse un Vaia al pari degli altri?’ gli diceva il suo pensiero ‘e non ne comprende egli forse i cuori? Già, chi meglio di un ladro può riconoscere altri ladri?’ E quindi, ad alta voce: “Non lo farò di mia spontanea volontà, ma se i Valar mi ci costringeranno, ecco che io saprò per certo che Melkor è della loro stessa schiatta”.
(Marialuisa, da “Capitolo 9”, in J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2018.)
Elendil e i suoi figli in seguito fondarono regni nella Terra di Mezzo; e sebbene la loro sapienza e le loro arti non fossero che un’eco di quel che erano state prima che Sauron andasse a Númenor, pure somme sembrarono ai selvaggi del mondo. E molto si dice, in altre antiche tradizioni, delle imprese compiute dagli eredi di Elendil nell’era che seguì, nonché della loro contesa con Sauron, che era lungi dall’esser conclusa.
Sauron stesso, infatti, fu preda di grande paura al cospetto della collera dei Valar e della sorte decretata da Eru a terra e mare, superiori a qualsiasi altra cosa avesse visto, lui che sperava soltanto nello sterminio dei Númenóreani e nella sconfitta del loro superbo sovrano. E Sauron, standosene sul suo nero seggio al centro del Tempio, aveva riso udendo le trombe di Ar-Pharazôn che suonavano a battaglia; e ancora aveva riso udendo il tuono della tempesta; e una terza volta, mentre si sbellicava pensando a ciò che avrebbe fatto ora del mondo, essendosi per sempre sbarazzato degli Edain, fu sorpreso nel bel mezzo della sua allegria, e seggio e Tempio precipitarono nell’abisso. Sauron però non era di carne mortale e, sebbene spogliato di quella forma nella quale aveva promosso siffatta catastrofe, sì che mai più poté apparire bello agli occhi di Uomini, pure il suo spirito risorse dalle profondità e trascorse, quale un’ombra e un negro vento, sopra il mare, e tornò alla Terra di Mezzo e a Mordor che era la sua dimora. Quivi Sauron riprese il suo grande Anello a Barad-dûr, e lì abitò, scuro e silenzioso, finché non si costruì una nuova spoglia, un’immagine di malvagità e odio resi visibili; e ben pochi erano coloro che potevano sopportare l’Occhio di Sauron il Terribile.
Ma tutti questi eventi non trovano posto nel racconto dell’Inabissamento di Númenor, del quale, ecco, s’è detto tutto. E scomparve persino il nome di quella terra, e dopo di allora gli Uomini più non parlarono di Elenna né di Andor il Dono che venne portato via, né di Númenórë ai confini del mondo; ma gli esuli sulle rive del mare, quando si volgevano all’Occidente indottivi dal desiderio dei loro cuori, parlavano di Mar-nu-Falmar che fu inghiottita dalle onde, di Akallabêth ovvero la Caduta, di Atalantë in lingua Eldarin.
Molti degli Esiliati ritennero che la cima del Meneltarma, il Pilastro del Cielo, non fosse scomparsa per sempre ma continuasse a drizzarsi sulle acque, isola solitaria sperduta nella vastità dei mari, e ciò perché era stato un luogo santo che nessuno aveva contaminato neppure ai giorni di Sauron. E certuni del seme di Eärendil in seguito se ne misero in cerca, poiché da parte di conservatori della tradizione si diceva che un tempo uomini dalla vista assai acuta potevano scorgere, dal Meneltarma, un barlume della Terra Immortale. Infatti, anche dopo la rovina, i cuori dei Dúnedain continuarono a essere attratti dall’occidente; e ancorché ben sapessero che il mondo era mutato, dicevano: “Avallónë è scomparsa dalla Terra, e la Terra di Aman è stata portata via, né si possono più reperire nel mondo, tenebroso com’è ora. Pure, un tempo sono state, e quindi ancora sono, esistenti nella struttura del mondo qual è stato inizialmente concepito”.
(Antonio, da “Akallabêth”, in J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2018.)
In un buco nella terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco-hobbit, vale a dire comodo.
Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d’ottone proprio nel mezzo. La porta si apriva su un ingresso a forma di tubo, simile a un tunnel: un tunnel molto confortevole, senza fumo, con pareti rivestite di legno e pavimento di piastrelle ricoperto di tappeti, provvisto di sedie lucidate e di un gran numero di attaccapanni per cappelli e cappotti: lo hobbit amava ricevere visite. Il tunnel, lungo e tortuoso, penetrava abbondantemente – anche se non fino in fondo – nel fianco della collina (o meglio della Collina, come la chiamavano gli abitanti della zona nel raggio di molte miglia) e molte porticine rotonde si aprivano su di esso, prima da un lato e poi dall’altro. Per lo hobbit, niente piani superiori: le stanze da letto, i bagni, le cantine, le dispense (assai numerose), i guardaroba (c’erano intere camere destinate agli abiti), le cucine e le sale da pranzo erano tutti sullo stesso piano, anzi sullo stesso corridoio. Le stanze migliori erano tutte sul lato sinistro (entrando), perché erano le uniche ad avere finestre: finestre rotonde e profondamente incassate, che davano sul suo giardino e più in là sui campi che digradavano verso il fiume.
Lo hobbit di cui parliamo era uno hobbit alquanto agiato, e il suo nome era Baggins.
(Lorenzo, da “Capitolo 1”, in J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit, Milano, Bompiani, 2012.)
Sempre, sempre le strade vanno avanti,
su rocce e sotto piante, a costeggiare
antri che di ogni luce son mancanti,
lungo ruscelli che non vanno al mare,
sopra la neve che d'inverno cade,
in mezzo ai fiori felici dell'estate,
sopra la pietra e prati di rugiade
sotto montagne di lune inondate.
Sempre, sempre le strade vanno avanti
sotto le nubi e la volta stellata,
ma i piedi incerti, nel cammino erranti
volgono infine alla dimora amata.
Gli occhi che han visto spade e fiamme ardenti
ed in sale di pietra orrori ignoti,
guardano infine i pascoli ridenti
e gli alberi ed i colli tanto noti!
(Alsu, da “Capitolo 19”, in J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit, Milano, Adelphi, 2002.)
“Arvedui fu l’ultimo re, come indica il suo nome. Si dice che abbia ricevuto questo nome alla nascita da Malbeth il Veggente, che disse al padre: ‘Lo chiamerai Arvedui, perché sarà l’ultimo ad Arthedain. Ma i Dúnedain saranno posti davanti a una scelta, e se sceglieranno quella che sembra meno promettente, allora tuo figlio prenderà un nuovo nome e sarà re di un grande regno. Altrimenti, molti patimenti e molte vite d’uomini si succederanno anzi che i Dúnedain risollevino il capo e tornino uniti.’
“Anche a Gondor ci fu un solo re dopo Eärnil. Forse l’unione di corona e scettro avrebbe mantenuto il regno ed evitato molti mali. Ma Eärnil era saggio, e tutt’altro che arrogante, anche se, come alla maggior parte degli uomini di Gondor, gli sembrava che il reame di Arthedain fosse una piccola cosa, malgrado il gran lignaggio dei sovrani.
“Inviò messaggi ad Arvedui annunciando che aveva ricevuto la corona di Gondor, secondo le leggi e le necessità del Regno del Sud, ‘ma non dimentico la regalità di Arnor, né rinnego la nostra parentela, né desidero che i reami di Elendil diventino estranei. Qualora ne abbiate bisogno, v’invierò soccorsi, nei limiti delle mie possibilità.’
“Ci volle però molto tempo prima che Eärnil si sentisse sufficientemente sicuro da mantenere la promessa. Re Araphant, sempre più debole, continuò a respingere gli assalti di Angmar, lo stesso fece Arvedui allorché gli succedette; ma alla fine, nell’autunno del 1973, ecco giungere a Gondor notizia che Arthedain era in grandi difficoltà e che il Re Stregone s’apprestava a dare l’ultimo colpo. Allora Eärnil mandò a nord il più rapidamente possibile suo figlio Eärnur con una flotta e con tutte le forze di cui poteva fare a meno. Troppo tardi. Prima che Eärnur raggiungesse gli approdi del Lindon, il Re Stregone aveva conquistato l’Arthedain e Arvedui era morto.
“Ma quando Eärnur giunse ai Grigi Approdi grande fu la gioia e lo stupore tra gli Elfi e gli Uomini. Così grandi le navi e così numerose che non fu facile metterle alla fonda, pur dopo aver riempito sia lo Harlond sia il Forlond; e ne sbarcò un esercito possente, con armi e provviste per una guerra degna di grandi re. O così parve alla popolazione del Nord, anche se era soltanto un piccolo distaccamento rispetto all’insieme delle forze di Gondor. Lodarono soprattutto i cavalli, perché molti venivano dalle Valli dell’Anduin e li montavano cavalieri alti e belli, e fieri principi del Rhovanion.
“Allora Círdan convocò tutti coloro che intendevano seguirlo, dal Lindon o da Arnor, e quando tutto fu pronto, l’esercito attraversò il Lune e marciò verso nord per affrontare il Re Stregone di Angmar. Costui ora dimorava, si dice, a Fornost, che aveva riempito di gente malvagia, usurpando la casa e l’autorità dei re. Vittima dell’orgoglio, non aspettò l’assalto nella sua roccaforte, ma mosse incontro ai nemici, convinto di spazzarli via, come altri prima di loro, gettandoli nel Lune.
“Ma l’Esercito dell’Ovest piombò su di lui dalle Colline di Crepuscolago e, nella pianura tra il Nenuial e i Poggi Settentrionali, si svolse una grande battaglia. Le forze di Angmar stavano ormai per cedere e battere in ritirata verso Fornost quando il grosso della cavalleria che aveva aggirato le colline calò dal nord e le mise in rotta. Allora il Re Stregone, chiamati a raccolta tutti gli scampati allo sfacelo, fuggì a nord, cercando di riportarsi nella sua terra di Angmar. Prima di trovar riparo a Carn Dûm, la cavalleria di Gondor capeggiata da Eärnur lo raggiunse. Al tempo stesso ecco arrivare da Valforra una schiera al comando di Glorfindel, il signore Elfico. La sconfitta di Angmar fu allora così drastica che di quel reame non rimase più né un orco né un uomo a ovest delle Montagne.
“Ma si dice che quando tutto era perduto, all’improvviso apparve il Re Stregone in persona, nera la maschera e nero il mantello, nero il cavallo che montava. Tutti coloro che lo videro furono presi da paura; ma egli convogliò tutto il suo odio sul Capitano di Gondor e, con un tremendo grido, si lanciò al galoppo contro di lui. Eärnur aveva tutta l’intenzione di affrontarlo; ma il suo cavallo non resse a quell’attacco e scartò, trascinandolo via prima che potesse trattenerlo.
“Allora il Re Stregone scoppiò a ridere e, chiunque lo sentì, più non scordò l’orrore di quel grido. Ma in quel mentre ecco arrivare Glorfindel sul suo cavallo bianco e, nel bel mezzo della sua risata, il Re Stregone si diede alla fuga affondando nelle ombre. La notte scese sul campo di battaglia, e lui scomparve, e nessuno vide dove era andato.
“Eärnur tornò al galoppo ma Glorfindel, scrutando l’oscurità che s’addensava, disse: ‘Non inseguirlo! Non tornerà in questa terra. Ancora assai lontana è la sua fine, e non per mano d’uomo egli cadrà.’ Queste parole molti ricordarono; ma Eärnur era furioso, e desiderava soltanto vendicarsi dell’onta subita.
“Così ebbe fine il malvagio regno di Angmar; e così Eärnur, Capitano di Gondor, si guadagnò l’odio supremo del Re Stregone; ma molti anni dovevano passare prima che questo si manifestasse.”
(Daniele, da “Appendice A” I iv, in J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Milano, Bompiani, 2020.)
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