[Raminghi del Nord] Incontro 32: retrospettiva
Mae govannen, mellon nin! Bentrovato, amico mio!
🧝 Il 25 marzo 2023, si è tenuto il trentaduesimo incontro dei Raminghi del Nord, dalle 21:00 alle 23:00 circa, presso la biblioteca comunale “Adelio Lazzarinetti”, a Persico Dosimo (CR), in via Albert, 7.
🤝 Hanno partecipato: Alsu, Daniele D.R., Daniele F., Emanuela, Filippo, Giuseppe, Leonardo, Luca e Rossella. Se non hai potuto esserci, non ti preoccupare: speriamo di averti con noi nel prossimo incontro!
📚 Ecco cosa abbiamo letto e di cosa abbiamo discusso:
Lettura dell’introduzione di A volte ritornano di Stephen King. King critica la pretesa di Tolkien di non aver scritto un’opera allegorica:
La grande narrativa dell’orrore è quasi sempre allegorica. A volte l’allegoria è voluta (come nella Fattoria degli animali o in 1984), altre volte è casuale: J.R.R. Tolkien giura e spergiura che il signore di Mordor non era Hitler in versione fantastica, ma tesi e saggi scolastici continuano ad affermarlo… forse perché, come dice Bob Dylan, se hai un certo numero di coltelli e forchette, devi pure tagliare qualcosa.
Un parallelismo tra il potere dell’Unico Anello e il potere assoluto.
Da dove iniziare a leggere Tolkien?
Tolkien come autore mitopoietico e non fantasy.
Il Silmarillion visto come un’opera letteraria aulica.
I luoghi tipici dell’Inghilterra negli scritti di Tolkien.
La creazione letteraria di Tolkien vista come “subcreazione” e la creazione delle lingue nel suo universo immaginario.
Il Signore degli Anelli visto come un’opera di creazione linguistica.
Lettura da Il Silmarillion, capitolo 18, il duello tra Fingolfin e Morgoth:
Allora a Fingolfin parve di antivedere la totale rovina dei Noldor e l’irrimediabile sconfitta di tutte le loro casate; e, in preda all’ira e alla disperazione, balzò sul suo grande cavallo Rochallor e partì tutto solo, che nessuno avrebbe potuto trattenerlo. Passò per il Dor-nu-Fauglith come un vento tra la polvere, e chiunque lo vide sfrecciare fuggì sgomento, persuaso che si trattasse di Oromë in persona: ché una spaventosa, folle rabbia lo aveva invaso, al punto che i suoi occhi splendevano come quelli dei Valar. E così giunse solo ai cancelli di Angband, e soffiò nel corno, e picchiò ancora e ancora alle porte di bronzo, sfidando Morgoth a uscire e ad affrontarlo a singolar tenzone. E Morgoth uscì.
Fu l’ultima volta, nel corso di quelle guerre, che superò le porte della sua roccaforte, e si dice che non abbia raccolto volentieri la sfida; infatti, per quanto la sua possanza fosse maggiore di tutte le cose di questo mondo, dei Valar, anche se solo di essi, aveva paura. Ma non poteva non raccogliere la sfida al cospetto dei suoi capitani; le rocce infatti echeggiavano del suono stridulo del corno di Fingolfin, la cui voce scendeva, forte e chiara, nelle profondità di Angband; e Fingolfin tacciava Morgoth di esser vile nonché signore di schiavi. Fu per questo che Morgoth venne a lui, ascendendo lentamente dal suo trono sotterraneo, e il rumore dei suoi passi era come tuono che provenisse dal basso. E sbucò all’aperto, protetto da una nera armatura; e stette davanti al Re simile a torre, coronato di ferro, e il suo vasto scudo fosco e senza riflessi proiettava su Fingolfin un’ombra come di nube temporalesca. Ma Fingolfin splendeva sotto di essa come una stella, poiché la sua cotta era contesta d’argento e il suo scudo azzurro rivestito di cristalli; e sguainò la spada Ringil che balenò come ghiaccio.
Allora Morgoth levò in alto Grond, il martello degli Inferi, e lo calò come un fulmine. Ma Fingolfin balzò di lato, e Grond scavò un’enorme fossa nella terra donde saettarono fumo e fuoco. Molte volte Morgoth tentò di schiantare Fingolfin, e ogni volta Fingolfin balzò via, come un lampo che scocchi da sotto un’atra nube; e trafisse Morgoth di sette ferite, e sette volte Morgoth diede in un grido di dolore, sul che le schiere di Angband caddero bocconi in preda all’angoscia, e le strida riecheggiarono per le Terre Iperboree.
Alla fine, però, il Re ne fu sfiancato e Morgoth calò lo scudo su di lui. Tre volte Fingolfin fu premuto ginocchioni, e tre volte si risollevò, rialzando lo scudo infranto e l’elmo ammaccato. Ma tutt’attorno a lui la terra era fessa e sfondata, ed egli incespicò e cadde supino ai piedi di Morgoth; e Morgoth gli posò sul collo il sinistro, e fu il peso di una collina che crolli. Ma, con un ultimo, disperato fendente, Fingolfin tagliò il piede con Ringil, e il sangue ne zampillò nero e fumigante e andò a riempire le fosse scavate da Grond.
Così morì Fingolfin, Supremo Re dei Noldor, fierissimo e valentissimo tra tutti i re degli Elfi dell’antichità. Gli Orchi non menarono vanto del duello dinanzi al cancello; né gli Elfi ne cantano, troppo cocente essendo il loro dolore. Pure, la narrazione ancora se ne conserva, perché Thorondor, Re delle Aquile, recò la notizia in Gondolin, e più in là ancora, in Hithlum. E Morgoth afferrò il corpo del Re degli Elfi e lo fece a pezzi e avrebbe voluto gettarlo alle volpi; ma Thorondor si precipitò dal suo nido tra i picchi del Crissaegrin, e si avventò su Morgoth e gli sfregiò il volto. Il fruscio delle ali di Thorondor fu come il frastuono dei venti di Manwë, e il Re delle Aquile afferrò la salma con i possenti artigli e, levandosi di colpo più alto dei dardi scoccati dagli Orchi, portò via il morto Re. Lo depose su una cima montana che dal nord affacciava sulla valle nascosta di Gondolin; e Turgon venne ed eresse un alto tumulo sul corpo del padre. Nessun Orco osò in seguito scalare il monte di Fingolfin o accostarsi alla sua tomba, finché l’ora di Gondolin non suonò e il tradimento non si diffuse tra la sua gente. Morgoth dopo di allora andò saltellando su un piede solo, né si poté lenire il dolore delle sue ferite; e sul volto recava la cicatrice di quella infertagli da Thorondor.
La tragedia di Fingolfin, che va a sfidare Morgoth, un dio, sapendo che morirà.
Lettura da Il Silmarillion, capitolo 19, la storia di Beren e Lúthien:
Si narra, nel Lai di Leithian, che Beren entrò in Doriath incespicando, reso grigio e curvo come da molti anni di dolore, tali e tanti erano stati i tormenti della via. Ma, aggirandosi d’estate tra i boschi di Neldoreth, si imbatté in Lúthien, figlia di Thingol e Melian, ed era di sera, nel momento in cui la luna saliva in cielo, e Lúthien danzava sull’erba sempre verde nelle radure lungo le rive dell’Esgalduin. Ed ecco il ricordo di tutte le sue sofferenze abbandonò Beren, ed egli cadde in preda a un incantesimo, poiché Lúthien era la più bella di tutti i Figli di Ilúvatar. Azzurro era il suo abito come il cielo senza nubi, ma grigi i suoi occhi come la sera stellata; il suo mantello era contesto di fiori dorati, ma i capelli erano scuri come le ombre del crepuscolo. Simili alla luce che resta sulle foglie degli alberi, alla voce di acque chiare, alle stelle che stanno sopra le brume del mondo, tali erano il suo splendore e la sua grazia; e il suo volto era luminoso.
Ma Lúthien scomparve alla vista di Beren, il quale divenne sordo come chi sia preda d’incantesimo, e a lungo s’aggirò per i boschi, selvaggio e vigile come una belva, cercandola. In cuor suo la chiamava Tinúviel, che significa Usignolo, come vien detta nella lingua degli Elfi Grigi questa figlia del crepuscolo, perché non sapeva quale altro nome darle. E la scorgeva lontana come foglia ai venti d’autunno e, d’inverno, una stella sopra un colle, ma una catena gli gravava le membra.
Vi fu un momento, poco prima dell’alba, la vigilia di primavera, che Lúthien danzava sopra un verde colle; e d’un tratto prese a cantare. Acuto tanto da trapassare il cuore era il suo canto, simile a quello dell’allodola che si leva dalle porte della notte e riversa la propria voce tra le stelle morenti, lei che scorge il sole dietro le mura del mondo; e il canto di Lúthien sciolse i vincoli dell’inverno, e le acque gelate parlarono e fiori balzarono su dalla fredda terra là dove si erano posati i suoi piedi.
Allora Beren fu liberato dall’incantesimo del silenzio, ed egli la chiamò, invocando Tinúviel; e i boschi echeggiarono del nome. Lúthien si arrestò meravigliata e più non fuggì, e Beren venne a lei. Ma, non appena gli posò gli occhi addosso, cadde preda della sorte e si innamorò di lui; tuttavia gli sgusciò di tra le braccia e svanì alla sua vista mentre il giorno spuntava. Allora Beren giacque a terra in deliquio, come uno che d’un tratto sia ucciso da felicità e dolore; e sprofondò in un sonno quale un abisso d’ombra, e al risveglio era freddo come pietra, e il suo cuore vuoto e deserto. E vagando con la mente, brancolava come chi sia colpito da improvvisa cecità e con le mani cerchi di afferrare la luce fuggitiva. Così egli cominciò a pagare col dolore il destino toccatogli in sorte; e dal suo fato Lúthien fu catturata, e da immortale che era ne condivise la mortalità e, da libera, si caricò della sua catena; e la sua pena fu maggiore di ogni altra che un Eldalië avesse conosciuto.
Al di là di ogni speranza di Beren, tornò a lui mentre egli sedeva nel buio, e molto tempo fa, nel Regno Nascosto, pose la sua mano tra le sue. In seguito, sovente venne a lui, ed essi vagabondavano insieme in segreto per i boschi dalla primavera all’estate; e nessun altro dei Figli di Ilúvatar aveva conosciuto gioia così grande, benché ratto scorresse il tempo.
Lettura della Lettera 29, “Da una lettera a Stanley Unwin”, 25 luglio 1938. Tolkien risponde, tramite il suo editore, Stanley Unwin, all’editore tedesco Rütten & Loening, che gli chiede se abbia origini ariane, in vista della futura edizione tedesca de Lo Hobbit.
Lettura della Lettera 52, “Da una lettera a Christopher Tolkien”, 29 novembre 1943. Tolkien scrive al figlio Christopher, arruolato in un campo vicino a Manchester, facendo una tirata contro lo stato, e gli uomini che comandano altri uomini pur non essendone degni.
Tolkien e l’uso di dwarves come plurale di dwarf come «caso di cattiva grammatica personale» (Lettera 17, 15 ottobre 1937).
Lettura della Lettera 190, “Da una lettera a Rayner Unwin”, 3 luglio 1956. La forte contrarietà di Tolkien alla traduzione della nomenclatura, dopo l’arrivo di una bozza della traduzione olandese.
L’eterno ritorno del confronto tra la trilogia cinematografica di Peter Jackson e la serie TV Gli Anelli del Potere. Secondo molti i film sarebbero su un altro livello, anche se la serie TV ha comunque il pregio di diffondere l’amore per Tolkien. I problemi legati al rendere necessariamente commerciale l’opera di Tolkien.
I vecchi videogiochi dedicati ai film de Il Signore degli Anelli come punto d’ingresso di molti appassionati alla lettura dell’opera di Tolkien.
L’opera di Tolkien vista unicamente come un brand da spremere.
Christopher Tolkien e la gestione dei diritti delle opere del padre. Simon Tolkien, il figlio maggiore di Christopher, e il suo ruolo di consulente per Gli Anelli del Potere.
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